Dott.ssa Sara Verdini

Psicologa e Psicomotricista

Categoria: Mente e Corpo

Più mi alleno su una cosa, più sono abile: non esattamente.

Proporre un intervento su un’abilità specifica tralasciando tutto il resto è controproducente allo sviluppo della persona.

Un esempio di intervento con la Psicomotricità Funzionale.

Talvolta nella pratica professionale viene richiesto di lavorare su una “mancanza”o su una difficoltà specifica. In caso di difficoltà motorie, si chiede di lavorare solo e soltanto su quella difficoltà, ovvero di passare molto tempo lavorando su una specifica abilità, nella convinzione di migliorare ciò che viene definito non adeguato. 

Facciamo un esempio. 

La camminata in punta di piedi è spesso osservabile anche in bambini con Sindrome Autistica.

Giulia è una bambina di 4 anni che presenta una deambulazione in punta di piedi, in assenza di patologie preesistenti (come per esempio la retrazione del tendine di Achille o malformazioni del rachide lombare).

La camminata in punta di piedi è abbastanza comune nei primi 2-3 anni di vita, quando i bambini stanno ancora imparando a bilanciare l’equilibrio per una corretta camminata. E’ infatti molto spesso una strategia involontaria che i bambini mettono in atto per spostare il baricentro in avanti e utilizzare minore energia nel movimento dei primi passi. 

Con il tempo può diventare un’abitudine e delle visite specialistiche saranno necessarie se il bambino crescendo, continuerà a camminare sulle punte. 

In Psicomotricità è possibile intervenire su questo aspetto, stimolando il bambino e fornendogli esperienze specifiche per rendere il movimento più adeguato ed efficace per se stesso. 

Si possono dunque proporre a Giulia delle esperienze, dei movimenti e dei giochi specifici con l’unica finalità di migliorare la camminata, disincentivando la deambulazione in punta di piedi. Ma c’è un rischio importante che non deve essere tralasciato: si può perdere tutto il resto. 

Il rischio è infatti quello di cercare di rendere Giulia perfettamente in grado di eseguire il movimento della deambulazione, poggiando a terra tallone, pianta e punta, quindi cercare di renderla abile in un singolo gesto.. tralasciando tutte le altre abilità necessarie al gesto stesso.

 Nella deambulazione infatti sono necessarie altre funzioni e movimenti: l’abilità visiva, visuo-spaziale, l’equilibrio, la forza, il tono d’azione, ecc.. che se non correttamente stimolati in parallelo al lavoro principale, rischiano di generare una scarsa coesione e congruenza motoria della persona. 

In Psicomotricità si intende infatti lavorare sulla persona a 360′, in modo da favorire l’azione più efficacia per se stessa in relazione al suo ambiente. Per Giulia sarà quindi necessario lavorare anche su altro, per “allenare” il suo corpo e per avere anche un migliore bilanciamento ed equilibrio, per esempio. 

L’intervento ideale dovrebbe quindi garantire a Giulia un lavoro sull’abilità da migliorare, ma anche un’apertura fisica e motoria, per avere una padronanza di più gesti e movimenti, utili in diversi modi e situazioni.

L’intervento Psicomotorio dunque, non solo per il caso di Giulia, si pone l’obiettivo di migliorare e favorire lo sviluppo della persona attraverso il movimento, in modo da essere efficace sull’ambiente con una azione giusta nel momento adatto.

Il risultato è immediato?

Il risultato dell’intervento con Giulia sarà possibile osservarlo nel tempo, in prospettiva: vi sono molte variabili da tener conto e da potenziare, come in un continuo esperimento. Sperimentare movimenti, situazioni, quantità di forza utilizzata, stimolare e sperimentare il tatto, la vista, la percezione e la propriocezione.. proprio come all’interno di un esperimento, per raggiungere il migliore risultato possibile e a lungo termine. 

D’altronde, anche la vita stessa è un continuo esperimento. 

Ti potrebbe interessare anche:

Vuoi prenotare un colloquio?

Si apprende meglio quando si è felici?

L’inventore del parafulmini Benjamin Franklin, ma anche scrittore e politico del Settecento, osserva nell’aforisma un concetto fondamentale: l’esperienza e il coinvolgimento sono i fattori principali per apprendere e per fare nostra un’esperienza, sia praticamente che cognitivamente.

L’autore vede tre diversi gradi dell’insegnamento, ordinati secondo un’importanza crescente:

  • “dimmi e io dimentico”: è il metodo “scolastico” dell’insegnamento, dove i concetti sono riferiti ad altri affinchè siano imparati. Il rischio è quello di inglobare nozioni destinate ad essere presenti nella nostra mente per breve tempo per poi essere dimenticate;
  • “mostrami e io ricordo”: mostrare le cose, farle vedere, fornire un modello dato dallo stesso maestro incide sul discepolo, che grazie ad un apprendimento tramite un modello esperenziale, ricorderà il messaggio ricevuto. Gli esperimenti di Albert Bandura sull’apprendimento sociale ne sono un importante esempio;
  • “coinvolgimi e io imparo”: qui si pone l’accento sulla parte fondamentale dell’esperienza: il coinvolgimento. Ecco che dunque l’esperienza deve avere non solo un valore pratico, ma anche un valore emotivo.

Ogni esperienza ha una caratteristica emotiva: è ciò che ci permette di ricordare e porre in memoria eventi piacevoli o meno per poterle in futuro riprodurre o evitare.

Dare la possibilità di essere coinvolti, di percepire l’esperienza dando valore alla parte affettiva, permette di favorire un insegnamento e un apprendimento, molto più duraturi e significativi. Ecco perchè è importante “fare” insieme, utilizzando il gioco e situazioni piacevoli, anche in interventi psicologici, come l’intervento Psicomotorio e PsicoEducativo: situazioni ed esperienze piacevoli favoriscono l’apprendimento.

Perché si apprende di più quando si è felici

A proposito di esperienze piacevoli, recentemente un esperimento di un team internazionale di ricercatori ha confermato il ruolo nell’apprendimento della serotonina, l’ormone della felicità, che sembra far aumentare la velocità di apprendimento.

In particolare, l’esperimento è stato condotto su topi e ha rilevato che il tasso di apprendimento, ossia la velocità con cui i topi imparavano le nuove informazioni, è stato modulato dalla stimolazione di questa sostanza, la serotonina. La capacità di apprendere il modo per ottenere il premio proposto ai topi era infatti significativamente più veloce quando veniva stimolato il rilascio del neurotrasmettitore. Pertanto, secondo gli esperti, l’aumento della serotonina sarebbe in grado di accelerare l’apprendimento.

Si apprende meglio, quindi, quando si è felici!

La triade dell’insegnamento di Franklin ad oggi quindi acquista maggior valore e ovviamente non riguarda solo gli insegnanti, ma i diversi professionisti, gli educatori, i genitori e ognuno di noi nei contatti e confronti con gli altri. Ecco perchè quando vengono proposti degli insegnamenti o delle esperienze per il benessere della persona – come in Psicomotricità, è importante muoversi da ciò che attrae la persona, da ciò che la rende felice.

Si impara, si connette meglio e si immagazzina l’informazione in modo molto piò efficace quando siamo ben disposti, “felici”.

..Un motivo in più per essere felici!

Autismo: quali sono i primi segnali e come intervenire

L’autismo è un disturbo generalizzato dello sviluppo, di origine genetica e con una forte interazione ambientale. 

L’autismo non è una malattia: non è possibile “curare” l’Autismo, ma è possibile prendersene cura con interventi psico educativi strutturati e potenziati da altri interventi utili al bambino, come logopedia o psicomotricità, verso l’abilitazione e il miglioramento della qualità di vita sia del bambino o dell’adulto autistico, che della sua famiglia. 

 

Autismo infantile: esordio

Vi sono diverse modalità di insorgenza dell’Autismo e solitamente è possibile rilevarlo entro i primi 3 anni di vita.

In alcuni bambini si manifesta già a partire dal primo anno, in altri nel secondo anno con un rallentamento o un arresto dello sviluppo o con una brusca regressione, in altri ancora può avere un andamento “fluttuante”, ma in ogni caso l’esordio è sempre nei primi tre anni di vita.

L’Autismo è inoltre un quadro clinico che si posiziona all’interno di uno spettro, ovvero possiede un’ampia variabilità di sintomi e gravità, per cui diagnosi di Autismo possono essere confermate anche in età più avanzata, quando lo sviluppo del bambino evidenzia caratteristiche peculiari.

La diagnosi di Autismo si basa su aspetti fondamentali dello sviluppo, come l’interazione sociale, gli interessi, il linguaggio e il comportamento.

 

Quali sono i primi segnali di Autismo Infantile?

Già dal primo anno di vita possono esservi dei segnali: il bambino non aggancia lo sguardo, non sorride al volto della madre o del padre, non si volta se chiamato e non mostra reazioni tipiche di fronte ad estranei. Inoltre il bambino può non essere particolarmente attratto da giocattoli o può mostrare interessi particolari, come essere attratto dalla luce o da meccanismi e dal movimento di alcuni oggetti. 

Possono inoltre essere presenti dei disturbi del sonno, dell’alimentazione e una elevata recettorialità sensoriale: per esempio il bambino sembra non udire particolari suoni ma può mostrare reazioni esagerate ad altri. 

Nel secondo anno l’eventuale ritardo del linguaggio si fa più chiaro, oltre al fatto che il bambino tende ad isolarsi, a non ricercare né altri bambini né i genitori. Possono inoltre comparire attività ripetitive alle quali il bambino si dedica per molto tempo, oltre che movimenti ripetitivi come muovere le mani (“sfarfallio”), oppure camminare in punta di piedi. Possono inoltre comparire crisi di agitazione difficilmente contenibili, che necessitano di molto tempo per placarsi. 

Possono mancare altri aspetti fondamentali per la diagnosi di Autismo, come:

  • la mancanza del “far finta” nel gioco;
  • l’indicare sia per mostrare un oggetto di interesse, sia per rispondere, utilizzando il dito indice per indicare ad un’altra persona;
  • dirigere lo sguardo dove qualcun altro sta guardando.

Tutti questi segnali, a diversi livelli di gravità, possono tuttavia riguardare bambini con sviluppo normotipico: per questo è fondamentale rivolgersi in caso di dubbio a specialisti del settore, al fine di evitare degli errori che potrebbero avere delle importanti ricadute sulla vita del bambino e della sua famiglia.

 

Cosa fare se notiamo questi segnali nel bambino? Qual è l’iter diagnostico?

Solitamente è il pediatra che, come primo referente dei genitori, avrà cura di inviare la famiglia agli specialisti del settore, psicologi o neuropsichiatri, qualora vi sia un sospetto di Autismo. I genitori possono tuttavia rivolgersi su iniziativa personale a specialisti del settore.

La valutazione diagnostica prevede una anamesi, un esame obiettivo e neurologico, osservazioni cliniche e diagnosi differenziali, al fine di stabilire un progetto di trattamento e riabilitazione, mirato e specifico per il bambino. 

Risulta ovvio inoltre che prima si interviene meglio è: una diagnosi precoce permette un trattamento precoce e un migliore raggiungimento di obiettivi utili allo sviluppo del bambino stesso. 

E’ fondamentale inoltre il coinvolgimento dei genitori nel trattamento, per potenziare il trattamento stesso, per favorire l’indipendenza e l’autonomia del bambino nella quotidianità e per supportare al meglio la famiglia. 

 

Autismo: quali interventi?

Il nucleo centrale dell’Autismo persiste per tutta la vita, ma è possibile agire sulla capacità di adattamento e sulla qualità di vita della persona e della sua famiglia. Gli interventi si differenziano per le diverse fasce d’età dei bambini o degli adulti, con obiettivi finalizzati e mirati allo sviluppo della persona. 

Occorre inoltre mantenere una continuità nel trattamento e nella comunicazione dei diversi professionisti che si prendono cura del bambino e della sua famiglia.

Un adeguato intervento dovrebbe prevedere: 

  • formulare una corretta diagnosi precoce e fornire informazioni alla famiglia;
  • fornire un controllo e una valutazione nel tempo;
  • promuovere un intervento educativo;
  • fornire sostegno psicologico e pratico alla famiglia;
  • coordinare e favorire la comunicazione tra i diversi servizi impegnati nel trattamenti (pediatri, psicologi, educatori, insegnanti,…).

Gli interventi possibili sono di tipo psicoeducativo, strutturati e progressivi, organizzati e uniformi, possibilmente con una equipe multidisciplinare: neuropsichiatra infantile, psicologo, psicomotricista, logopedista, educatore e insegnante che lavorano “in rete”.

Il trattamento psicoeducativo comprende un trattamento di educazione speciale e trattamenti riabilitativi specifici (linguaggio, psicomotricità, gioco), che devono essere continuativi, per evitare eventuali aspetti negativi, come la regressione.

In ogni caso, occorre partire dal bambino e dare significato e senso al suo comportamento, mentre i genitori devono essere aiutati a recuperare fiducia nelle loro capacità e competenze genitoriali: agire costantemente e in progressione, tenendo conto della personalità, degli interessi e dei bisogni del bambino e della famiglia. 

Possono interessarti anche:

Vuoi prenotare un colloquio?

Tu sei ciò che ascolti

“Tu sei la musica che ascolti”: perché quando siamo tristi ascoltiamo musica triste?

Capita a tutti: in momenti un po’ giù di tono magari accendiamo la radio e al passaggio di una canzone triste, alziamo il volume e l’ascoltiamo con molta più attenzione rispetto a “Despacito” (per esempio..) passata in radio poco prima. Oppure cerchiamo proprio quella canzone o quei testi che sembrano essere in sintonia con il nostro umore basso.

Perché?

“Mi sento capito”

Possono esserci vari motivi, il primo tra tutti quello di essere e sentirci capiti: un testo o un cantante sembra proprio parlare a noi stessi, con le parole che magari vorremmo sentirci dire in quel momento.

“La canzone dice proprio come mi sento”

Sono proprio le parole e le modalità con cui vengono espresse che portano al secondo motivo: esprimono quello che sentiamo quando non lo sappiamo neanche noi! Raccontare una vicenda o esprimere un sentimento può non essere facile e può non essere facile anche identificare uno specifico mix di sentimenti: che nome posso dare a quello che sento?

Ed ecco che la canzone riesce a definire, esprimere in musica quello che io stesso non riesco ad identificare prima nel pensiero e poi nelle parole.

L'atmosfera che la canzone suscita può accordarsi con la nostra giornata grigia

L’atmosfera che la canzone suscita può accordarsi con la nostra “giornata grigia”

“Sono in empatia con l’atmosfera”

Motivo numero tre: non solo le parole, ma l’atmosfera che la canzone suscita può accordarsi con la nostra “giornata triste”. Ed ecco che entriamo in empatia con quella canzone, con quell’atmosfera un po’ “grigia”, calandoci ancora di più nell’umore che ha scatenato il tutto.

Sembra un circolo vizioso?

Sembra. In realtà “stare” dentro al proprio umore e al problema, sentirlo (e non solo con le orecchie!) porta a fermarsi e a riflettere: ecco il motivo numero quattro!

“Mi fermo, rifletto, elaboro”

Ascolto per fare una prima elaborazione del problema! Quando la musica (e l’umore) è felice, si cerca energia, si cerca l’azione, si è proiettati ad agire e non a pensare. Ascoltare una canzone più triste, invece, ci costringe a fermarci e a pensare. Ma pensando si elabora: stare dentro al problema, osservarlo, “sentirlo”, porta a pensare e a fare i primi passi per formulare una prima soluzione al problema.

Solitamente le persone che beneficiano maggiormente di questo processo sono proprio quelle persone attente ad ascoltarsi, a riflettere e a interrogarsi..ma non è mai tardi per cambiare la propria playlist!

Dott.ssa Sara Verdini, Psicologa e Psicomotricista Funzionale a Firenze

Via Francesco Crispi, 11 - Firenze - Via G. Bugiardini n.47, Firenze

Email: studiodipsicologiainfo@gmail.com - Tel. +39 340 3695105

Privacy Policy