Proporre un intervento su un’abilità specifica tralasciando tutto il resto è controproducente allo sviluppo della persona.

Un esempio di intervento con la Psicomotricità Funzionale.

Talvolta nella pratica professionale viene richiesto di lavorare su una “mancanza”o su una difficoltà specifica. In caso di difficoltà motorie, si chiede di lavorare solo e soltanto su quella difficoltà, ovvero di passare molto tempo lavorando su una specifica abilità, nella convinzione di migliorare ciò che viene definito non adeguato. 

Facciamo un esempio. 

La camminata in punta di piedi è spesso osservabile anche in bambini con Sindrome Autistica.

Giulia è una bambina di 4 anni che presenta una deambulazione in punta di piedi, in assenza di patologie preesistenti (come per esempio la retrazione del tendine di Achille o malformazioni del rachide lombare).

La camminata in punta di piedi è abbastanza comune nei primi 2-3 anni di vita, quando i bambini stanno ancora imparando a bilanciare l’equilibrio per una corretta camminata. E’ infatti molto spesso una strategia involontaria che i bambini mettono in atto per spostare il baricentro in avanti e utilizzare minore energia nel movimento dei primi passi. 

Con il tempo può diventare un’abitudine e delle visite specialistiche saranno necessarie se il bambino crescendo, continuerà a camminare sulle punte. 

In Psicomotricità è possibile intervenire su questo aspetto, stimolando il bambino e fornendogli esperienze specifiche per rendere il movimento più adeguato ed efficace per se stesso. 

Si possono dunque proporre a Giulia delle esperienze, dei movimenti e dei giochi specifici con l’unica finalità di migliorare la camminata, disincentivando la deambulazione in punta di piedi. Ma c’è un rischio importante che non deve essere tralasciato: si può perdere tutto il resto. 

Il rischio è infatti quello di cercare di rendere Giulia perfettamente in grado di eseguire il movimento della deambulazione, poggiando a terra tallone, pianta e punta, quindi cercare di renderla abile in un singolo gesto.. tralasciando tutte le altre abilità necessarie al gesto stesso.

 Nella deambulazione infatti sono necessarie altre funzioni e movimenti: l’abilità visiva, visuo-spaziale, l’equilibrio, la forza, il tono d’azione, ecc.. che se non correttamente stimolati in parallelo al lavoro principale, rischiano di generare una scarsa coesione e congruenza motoria della persona. 

In Psicomotricità si intende infatti lavorare sulla persona a 360′, in modo da favorire l’azione più efficacia per se stessa in relazione al suo ambiente. Per Giulia sarà quindi necessario lavorare anche su altro, per “allenare” il suo corpo e per avere anche un migliore bilanciamento ed equilibrio, per esempio. 

L’intervento ideale dovrebbe quindi garantire a Giulia un lavoro sull’abilità da migliorare, ma anche un’apertura fisica e motoria, per avere una padronanza di più gesti e movimenti, utili in diversi modi e situazioni.

L’intervento Psicomotorio dunque, non solo per il caso di Giulia, si pone l’obiettivo di migliorare e favorire lo sviluppo della persona attraverso il movimento, in modo da essere efficace sull’ambiente con una azione giusta nel momento adatto.

Il risultato è immediato?

Il risultato dell’intervento con Giulia sarà possibile osservarlo nel tempo, in prospettiva: vi sono molte variabili da tener conto e da potenziare, come in un continuo esperimento. Sperimentare movimenti, situazioni, quantità di forza utilizzata, stimolare e sperimentare il tatto, la vista, la percezione e la propriocezione.. proprio come all’interno di un esperimento, per raggiungere il migliore risultato possibile e a lungo termine. 

D’altronde, anche la vita stessa è un continuo esperimento. 

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