Dott.ssa Sara Verdini

Psicologa e Psicomotricista

Psicomotricità al nido

Psicomotricità per bambini 18-36 mesi! 👶🏼👶🏻👶🏾👶🏼

Da Novembre partirà un nuovo progetto rivolto ai bambini del nido “Il giardino delle tate” (via S.Allende 22A, Scandicci) e a partecipanti esterni, in collaborazione con l’Associazione onlus Spazio Famiglia e la collega dott.ssa Susanna Ancora.

Il progetto vuole favorire il movimento dei bambini e il loro sviluppo tramite le abilità di sperimentazione dell’ambiente e la capacità di raggiungere un’azione efficace tramite la Psicomotricità Funzionale.

Nello specifico, la Psicomotricità Funzionale è una scienza che utilizza varie metodologie per studiare e intervenire sul movimento della persona, inteso come modalità di espressione della sua condotta globale. Con il termine Funzionale si fa riferimento alle funzioni biologiche, alle varie funzioni del Sistema Nervoso Centrale e agli adattamenti che la persona compie nei suoi movimenti. Attraverso la metodologia della Psicomotricità Funzionale è possibile quindi rivolgersi a tutte le fasi di crescita, anche e soprattutto ai primi anni di vita, supportando e incentivando lo sviluppo di tutte quelle abilità e quei prerequisiti che il bambino dovrà affrontare durante il suo sviluppo e i suoi apprendimenti futuri.

Verrà quindi promosso il miglioramento di abilità necessarie alla crescita e allo sviluppo dei bambini, tramite esperienze di consapevolezza, controllo del movimento e del corpo in generale.

Ciò sarà utile per gli apprendimenti futuri che ogni bambino incontrerà, sia nel percorso scolastico, sia extra-scolastico.

 🏁 Da Novembre, tutti i martedì ore 16.45, presso Spazio Famiglia, via S.Allende 22A

📝I genitori sono invitati alla PRESENTAZIONE DEL PROGETTO, A INGRESSO LIBERO, SABATO 26 OTTOBRE ALLE 10.30 presso l’ASILO NIDO “Il giardino delle tate”, in via S. ALLENDE 22A, Scandicci. .

Per info:
📞 340 3695105 / 3394442763
✉️ lospaziodelledonne@gmail.com


Corsi di Psicomotricità!

Inizia Settembre, inizia la scuola, iniziano nuovi corsi di #Psicomotricità!

✔️Da VENERDÌ 13 SETTEMBRE

I corsi sono pensati per i bambini e le bambine dai 4 agli 8 anni, sia per coloro che vogliono potenziare i prerequisiti della lettura e scrittura, sia per coloro che vogliono sperimentarsi nel movimento, imparando il piacere di stare con gli altri!

I corsi posso essere richiesti sia individualmente che in piccolo gruppo.

E’ previsto un primo colloquio conoscitivo con i genitori, non a pagamento. I corsi hanno durata di 1 ora, 1 volta a settimana. 

📝Corso lettura e scrittura | Bambini 4-6 anni| venerdì 17.00-18.00
🏃🏻‍♂️🤸🏻‍♀️Corso movimento | Bambini 5-8 anni | venerdì 18.00-19.00

I corsi sono attivi a Firenze, nello studio in: 

Via Crispi 11, Zona Statuto.

Per informazioni, costi e modalità:

📞 340 3695105
✉️ studiodipsicologiainfo@gmail.com 


psicomotricità corsi bambini

Più mi alleno su una cosa, più sono abile: non esattamente.

Proporre un intervento su un’abilità specifica tralasciando tutto il resto è controproducente allo sviluppo della persona.

Un esempio di intervento con la Psicomotricità Funzionale.

Talvolta nella pratica professionale viene richiesto di lavorare su una “mancanza”o su una difficoltà specifica. In caso di difficoltà motorie, si chiede di lavorare solo e soltanto su quella difficoltà, ovvero di passare molto tempo lavorando su una specifica abilità, nella convinzione di migliorare ciò che viene definito non adeguato. 

Facciamo un esempio. 

La camminata in punta di piedi è spesso osservabile anche in bambini con Sindrome Autistica.

Giulia è una bambina di 4 anni che presenta una deambulazione in punta di piedi, in assenza di patologie preesistenti (come per esempio la retrazione del tendine di Achille o malformazioni del rachide lombare).

La camminata in punta di piedi è abbastanza comune nei primi 2-3 anni di vita, quando i bambini stanno ancora imparando a bilanciare l’equilibrio per una corretta camminata. E’ infatti molto spesso una strategia involontaria che i bambini mettono in atto per spostare il baricentro in avanti e utilizzare minore energia nel movimento dei primi passi. 

Con il tempo può diventare un’abitudine e delle visite specialistiche saranno necessarie se il bambino crescendo, continuerà a camminare sulle punte. 

In Psicomotricità è possibile intervenire su questo aspetto, stimolando il bambino e fornendogli esperienze specifiche per rendere il movimento più adeguato ed efficace per se stesso. 

Si possono dunque proporre a Giulia delle esperienze, dei movimenti e dei giochi specifici con l’unica finalità di migliorare la camminata, disincentivando la deambulazione in punta di piedi. Ma c’è un rischio importante che non deve essere tralasciato: si può perdere tutto il resto. 

Il rischio è infatti quello di cercare di rendere Giulia perfettamente in grado di eseguire il movimento della deambulazione, poggiando a terra tallone, pianta e punta, quindi cercare di renderla abile in un singolo gesto.. tralasciando tutte le altre abilità necessarie al gesto stesso.

 Nella deambulazione infatti sono necessarie altre funzioni e movimenti: l’abilità visiva, visuo-spaziale, l’equilibrio, la forza, il tono d’azione, ecc.. che se non correttamente stimolati in parallelo al lavoro principale, rischiano di generare una scarsa coesione e congruenza motoria della persona. 

In Psicomotricità si intende infatti lavorare sulla persona a 360′, in modo da favorire l’azione più efficacia per se stessa in relazione al suo ambiente. Per Giulia sarà quindi necessario lavorare anche su altro, per “allenare” il suo corpo e per avere anche un migliore bilanciamento ed equilibrio, per esempio. 

L’intervento ideale dovrebbe quindi garantire a Giulia un lavoro sull’abilità da migliorare, ma anche un’apertura fisica e motoria, per avere una padronanza di più gesti e movimenti, utili in diversi modi e situazioni.

L’intervento Psicomotorio dunque, non solo per il caso di Giulia, si pone l’obiettivo di migliorare e favorire lo sviluppo della persona attraverso il movimento, in modo da essere efficace sull’ambiente con una azione giusta nel momento adatto.

Il risultato è immediato?

Il risultato dell’intervento con Giulia sarà possibile osservarlo nel tempo, in prospettiva: vi sono molte variabili da tener conto e da potenziare, come in un continuo esperimento. Sperimentare movimenti, situazioni, quantità di forza utilizzata, stimolare e sperimentare il tatto, la vista, la percezione e la propriocezione.. proprio come all’interno di un esperimento, per raggiungere il migliore risultato possibile e a lungo termine. 

D’altronde, anche la vita stessa è un continuo esperimento. 

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Si apprende meglio quando si è felici?

L’inventore del parafulmini Benjamin Franklin, ma anche scrittore e politico del Settecento, osserva nell’aforisma un concetto fondamentale: l’esperienza e il coinvolgimento sono i fattori principali per apprendere e per fare nostra un’esperienza, sia praticamente che cognitivamente.

L’autore vede tre diversi gradi dell’insegnamento, ordinati secondo un’importanza crescente:

  • “dimmi e io dimentico”: è il metodo “scolastico” dell’insegnamento, dove i concetti sono riferiti ad altri affinchè siano imparati. Il rischio è quello di inglobare nozioni destinate ad essere presenti nella nostra mente per breve tempo per poi essere dimenticate;
  • “mostrami e io ricordo”: mostrare le cose, farle vedere, fornire un modello dato dallo stesso maestro incide sul discepolo, che grazie ad un apprendimento tramite un modello esperenziale, ricorderà il messaggio ricevuto. Gli esperimenti di Albert Bandura sull’apprendimento sociale ne sono un importante esempio;
  • “coinvolgimi e io imparo”: qui si pone l’accento sulla parte fondamentale dell’esperienza: il coinvolgimento. Ecco che dunque l’esperienza deve avere non solo un valore pratico, ma anche un valore emotivo.

Ogni esperienza ha una caratteristica emotiva: è ciò che ci permette di ricordare e porre in memoria eventi piacevoli o meno per poterle in futuro riprodurre o evitare.

Dare la possibilità di essere coinvolti, di percepire l’esperienza dando valore alla parte affettiva, permette di favorire un insegnamento e un apprendimento, molto più duraturi e significativi. Ecco perchè è importante “fare” insieme, utilizzando il gioco e situazioni piacevoli, anche in interventi psicologici, come l’intervento Psicomotorio e PsicoEducativo: situazioni ed esperienze piacevoli favoriscono l’apprendimento.

Perché si apprende di più quando si è felici

A proposito di esperienze piacevoli, recentemente un esperimento di un team internazionale di ricercatori ha confermato il ruolo nell’apprendimento della serotonina, l’ormone della felicità, che sembra far aumentare la velocità di apprendimento.

In particolare, l’esperimento è stato condotto su topi e ha rilevato che il tasso di apprendimento, ossia la velocità con cui i topi imparavano le nuove informazioni, è stato modulato dalla stimolazione di questa sostanza, la serotonina. La capacità di apprendere il modo per ottenere il premio proposto ai topi era infatti significativamente più veloce quando veniva stimolato il rilascio del neurotrasmettitore. Pertanto, secondo gli esperti, l’aumento della serotonina sarebbe in grado di accelerare l’apprendimento.

Si apprende meglio, quindi, quando si è felici!

La triade dell’insegnamento di Franklin ad oggi quindi acquista maggior valore e ovviamente non riguarda solo gli insegnanti, ma i diversi professionisti, gli educatori, i genitori e ognuno di noi nei contatti e confronti con gli altri. Ecco perchè quando vengono proposti degli insegnamenti o delle esperienze per il benessere della persona – come in Psicomotricità, è importante muoversi da ciò che attrae la persona, da ciò che la rende felice.

Si impara, si connette meglio e si immagazzina l’informazione in modo molto piò efficace quando siamo ben disposti, “felici”.

..Un motivo in più per essere felici!

Autismo: quali sono i primi segnali e come intervenire

L’autismo è un disturbo generalizzato dello sviluppo, di origine genetica e con una forte interazione ambientale. 

L’autismo non è una malattia: non è possibile “curare” l’Autismo, ma è possibile prendersene cura con interventi psico educativi strutturati e potenziati da altri interventi utili al bambino, come logopedia o psicomotricità, verso l’abilitazione e il miglioramento della qualità di vita sia del bambino o dell’adulto autistico, che della sua famiglia. 

 

Autismo infantile: esordio

Vi sono diverse modalità di insorgenza dell’Autismo e solitamente è possibile rilevarlo entro i primi 3 anni di vita.

In alcuni bambini si manifesta già a partire dal primo anno, in altri nel secondo anno con un rallentamento o un arresto dello sviluppo o con una brusca regressione, in altri ancora può avere un andamento “fluttuante”, ma in ogni caso l’esordio è sempre nei primi tre anni di vita.

L’Autismo è inoltre un quadro clinico che si posiziona all’interno di uno spettro, ovvero possiede un’ampia variabilità di sintomi e gravità, per cui diagnosi di Autismo possono essere confermate anche in età più avanzata, quando lo sviluppo del bambino evidenzia caratteristiche peculiari.

La diagnosi di Autismo si basa su aspetti fondamentali dello sviluppo, come l’interazione sociale, gli interessi, il linguaggio e il comportamento.

 

Quali sono i primi segnali di Autismo Infantile?

Già dal primo anno di vita possono esservi dei segnali: il bambino non aggancia lo sguardo, non sorride al volto della madre o del padre, non si volta se chiamato e non mostra reazioni tipiche di fronte ad estranei. Inoltre il bambino può non essere particolarmente attratto da giocattoli o può mostrare interessi particolari, come essere attratto dalla luce o da meccanismi e dal movimento di alcuni oggetti. 

Possono inoltre essere presenti dei disturbi del sonno, dell’alimentazione e una elevata recettorialità sensoriale: per esempio il bambino sembra non udire particolari suoni ma può mostrare reazioni esagerate ad altri. 

Nel secondo anno l’eventuale ritardo del linguaggio si fa più chiaro, oltre al fatto che il bambino tende ad isolarsi, a non ricercare né altri bambini né i genitori. Possono inoltre comparire attività ripetitive alle quali il bambino si dedica per molto tempo, oltre che movimenti ripetitivi come muovere le mani (“sfarfallio”), oppure camminare in punta di piedi. Possono inoltre comparire crisi di agitazione difficilmente contenibili, che necessitano di molto tempo per placarsi. 

Possono mancare altri aspetti fondamentali per la diagnosi di Autismo, come:

  • la mancanza del “far finta” nel gioco;
  • l’indicare sia per mostrare un oggetto di interesse, sia per rispondere, utilizzando il dito indice per indicare ad un’altra persona;
  • dirigere lo sguardo dove qualcun altro sta guardando.

Tutti questi segnali, a diversi livelli di gravità, possono tuttavia riguardare bambini con sviluppo normotipico: per questo è fondamentale rivolgersi in caso di dubbio a specialisti del settore, al fine di evitare degli errori che potrebbero avere delle importanti ricadute sulla vita del bambino e della sua famiglia.

 

Cosa fare se notiamo questi segnali nel bambino? Qual è l’iter diagnostico?

Solitamente è il pediatra che, come primo referente dei genitori, avrà cura di inviare la famiglia agli specialisti del settore, psicologi o neuropsichiatri, qualora vi sia un sospetto di Autismo. I genitori possono tuttavia rivolgersi su iniziativa personale a specialisti del settore.

La valutazione diagnostica prevede una anamesi, un esame obiettivo e neurologico, osservazioni cliniche e diagnosi differenziali, al fine di stabilire un progetto di trattamento e riabilitazione, mirato e specifico per il bambino. 

Risulta ovvio inoltre che prima si interviene meglio è: una diagnosi precoce permette un trattamento precoce e un migliore raggiungimento di obiettivi utili allo sviluppo del bambino stesso. 

E’ fondamentale inoltre il coinvolgimento dei genitori nel trattamento, per potenziare il trattamento stesso, per favorire l’indipendenza e l’autonomia del bambino nella quotidianità e per supportare al meglio la famiglia. 

 

Autismo: quali interventi?

Il nucleo centrale dell’Autismo persiste per tutta la vita, ma è possibile agire sulla capacità di adattamento e sulla qualità di vita della persona e della sua famiglia. Gli interventi si differenziano per le diverse fasce d’età dei bambini o degli adulti, con obiettivi finalizzati e mirati allo sviluppo della persona. 

Occorre inoltre mantenere una continuità nel trattamento e nella comunicazione dei diversi professionisti che si prendono cura del bambino e della sua famiglia.

Un adeguato intervento dovrebbe prevedere: 

  • formulare una corretta diagnosi precoce e fornire informazioni alla famiglia;
  • fornire un controllo e una valutazione nel tempo;
  • promuovere un intervento educativo;
  • fornire sostegno psicologico e pratico alla famiglia;
  • coordinare e favorire la comunicazione tra i diversi servizi impegnati nel trattamenti (pediatri, psicologi, educatori, insegnanti,…).

Gli interventi possibili sono di tipo psicoeducativo, strutturati e progressivi, organizzati e uniformi, possibilmente con una equipe multidisciplinare: neuropsichiatra infantile, psicologo, psicomotricista, logopedista, educatore e insegnante che lavorano “in rete”.

Il trattamento psicoeducativo comprende un trattamento di educazione speciale e trattamenti riabilitativi specifici (linguaggio, psicomotricità, gioco), che devono essere continuativi, per evitare eventuali aspetti negativi, come la regressione.

In ogni caso, occorre partire dal bambino e dare significato e senso al suo comportamento, mentre i genitori devono essere aiutati a recuperare fiducia nelle loro capacità e competenze genitoriali: agire costantemente e in progressione, tenendo conto della personalità, degli interessi e dei bisogni del bambino e della famiglia. 

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Tu sei ciò che ascolti

“Tu sei la musica che ascolti”: perché quando siamo tristi ascoltiamo musica triste?

Capita a tutti: in momenti un po’ giù di tono magari accendiamo la radio e al passaggio di una canzone triste, alziamo il volume e l’ascoltiamo con molta più attenzione rispetto a “Despacito” (per esempio..) passata in radio poco prima. Oppure cerchiamo proprio quella canzone o quei testi che sembrano essere in sintonia con il nostro umore basso.

Perché?

“Mi sento capito”

Possono esserci vari motivi, il primo tra tutti quello di essere e sentirci capiti: un testo o un cantante sembra proprio parlare a noi stessi, con le parole che magari vorremmo sentirci dire in quel momento.

“La canzone dice proprio come mi sento”

Sono proprio le parole e le modalità con cui vengono espresse che portano al secondo motivo: esprimono quello che sentiamo quando non lo sappiamo neanche noi! Raccontare una vicenda o esprimere un sentimento può non essere facile e può non essere facile anche identificare uno specifico mix di sentimenti: che nome posso dare a quello che sento?

Ed ecco che la canzone riesce a definire, esprimere in musica quello che io stesso non riesco ad identificare prima nel pensiero e poi nelle parole.

L'atmosfera che la canzone suscita può accordarsi con la nostra giornata grigia

L’atmosfera che la canzone suscita può accordarsi con la nostra “giornata grigia”

“Sono in empatia con l’atmosfera”

Motivo numero tre: non solo le parole, ma l’atmosfera che la canzone suscita può accordarsi con la nostra “giornata triste”. Ed ecco che entriamo in empatia con quella canzone, con quell’atmosfera un po’ “grigia”, calandoci ancora di più nell’umore che ha scatenato il tutto.

Sembra un circolo vizioso?

Sembra. In realtà “stare” dentro al proprio umore e al problema, sentirlo (e non solo con le orecchie!) porta a fermarsi e a riflettere: ecco il motivo numero quattro!

“Mi fermo, rifletto, elaboro”

Ascolto per fare una prima elaborazione del problema! Quando la musica (e l’umore) è felice, si cerca energia, si cerca l’azione, si è proiettati ad agire e non a pensare. Ascoltare una canzone più triste, invece, ci costringe a fermarci e a pensare. Ma pensando si elabora: stare dentro al problema, osservarlo, “sentirlo”, porta a pensare e a fare i primi passi per formulare una prima soluzione al problema.

Solitamente le persone che beneficiano maggiormente di questo processo sono proprio quelle persone attente ad ascoltarsi, a riflettere e a interrogarsi..ma non è mai tardi per cambiare la propria playlist!

Perché è difficile cambiare?

Problema: ti vengono date della candele, una scatola di fiammiferi e un pò di puntine. Come puoi appendere a una parete le candele accese?

Si può cambiare?

Ovviamente cambiare si può: talvolta è indispensabile, oltre che desiderato.. specialmente se facciamo esperienza di disagio e difficoltà quotidiane. Ma sappiamo che non è facile.

Non è facile anche perché, prendendo spunto da alcune teorie sull’intelligenza e sul pensiero, vi sono dei meccanismi di ragionamento che la nostra mente adotta per sopravvivenza o per minor spreco di energia mentale che operano come ostacoli di fronte al cambiamento.

Se non riesci a cambiare non è colpa tua…beh, quasi. 

Per esempio, di fronte ad un nuovo problema, il nostro pensiero produttivo ci permette di cogliere nuove proprietà degli elementi del problema, i quali vengono così pensati e utilizzati in nuovi ruoli, oppure in una prospettiva diversa. Si attua così una “ristrutturazione” del pensiero, comportando la trasformazione del punto di vista dal quale il problema è analizzato, la scoperta di nuovi rapporti, nuove attribuzioni. 

Ma ecco che interviene la “fissità funzionale”, ovvero la tendenza a impiegare gli elementi del problema secondo il loro uso comune, quando invece la soluzione prevede che tali elementi vengano impiegati in un ruolo insolito (hai già risolto l’enigma proposto inizialmente?).

Stessa cosa per la “meccanizzazione”, ovvero la tendenza a ripetere la stessa strategia già attuata con successo nel passato: magari la nuova situazione potrebbe essere risolvibile in altri modi, ma, per “economia” delle risorse, viene riproposta una vecchia strategia, anche se non più funzionale. 

Oppure, la tendenza a trasferire da un contesto all’altro la stessa impostazione, senza cogliere la diversità di struttura che esiste tra due contesti (“atteggiamento latente”): una persona con un proprio modo di rispondere a una certa tipologia di problemi tende a rispondere a un diverso genere di problemi con la stessa modalità, anche se non è adeguata. 

Come si può “cambiare”?

Cambiare si può, anche se non è facile. E solamente conoscere alcuni dei meccanismi di pensiero qui citati, si può cambiare più consapevolmente!

O meglio, conoscere ed essere consapevoli di quanto avviene nella nostra mente (a livello inferiore), ci rende più abili ad oltrepassare questi ostacoli. Possiamo operare una “metacognizione”, ovvero usare l’insieme delle riflessioni che l’individuo è in grado di compiere circa il funzionamento della mente, propria e altrui, ma anche far riferimento all’interpretazione da lui fornita rispetto al compito che svolge, agli aspetti che ritiene importanti , agli obiettivi e alle strategie che si prefigge, ecc… 

Essere coscienti delle proprie capacità, abitudini o preferenze, del senso di insicurezza o di padronanza che certe situazioni ci provocano, così come le emozioni e le motivazioni siano collegate al problema, anche grazie all aiuto di un professionista, permette di essere maggiormente competenti metacognitivamente nel ragionamento e nella quotidianità.. per agire diversamente, cambiando.


Ci avevi pensato?

Soluzione dell’enigma: è possibile usare la scatola dei fiammiferi come supporto inchiodandola al muro e fissarci sopra le candele, facendo colare la loro stessa cera sulla scatola. La scatola viene solitamente pensata nella sua solita funzione e non come supporto o mensola, come in questo caso. 

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Separazione e divorzio della coppia genitoriale: l’affido condiviso

La normativa sull’affido, con la legge introdotta nel 2006 sull’affido condiviso (legge 54, 8 febbraio 2006), ha visto un cambiamento di direzione rispetto agli anni precedenti, proponendo l’affido esclusivo come eccezionale, a favore di un affido congiunto e condiviso tra i due genitori.

Ciò ha cercato di dare sia ad entrambi i genitori sia al minore stesso la possibilità di “vivere” metà del tempo con il familiare, ma ha provocato serie difficoltà riguardanti il collocamento stesso del minore, oltre che controversie riguardanti aspetti pratico-economici come l’assegnazione della casa coniugale nonché la regolamentazione delle visite, con il rischio di una vera e propria scissione nel bambino, che passa dall’abitazione della mamma a quella del papà in una oscillazione continua.

In tale scenario, “l’attuale normativa mette a disposizione della magistratura strumenti capaci di apportare profondi cambiamenti nella vita del minore, tanto che risulta doveroso auspicare che vengano utilizzati con cautela e ponderatezza, nella consapevolezza del rischio di creare una situazione in cui il figlio si trovi in drammatico conflitto tra le attese e le pressioni dell’uno e dell’altro genitore e il suo desiderio, peraltro legittimo, di non deludere nessuno.” (D.Pajardi, I. Marinelli in Pezzuolo, Ciappi, “Psicologia Giuridica – la teorie, le tecniche, la valutazione”. Hogrefe ed., 2014)

L’iter processuale nella separazione e divorzio

In Italia, il processo di interruzione degli effetti civili di un matrimonio si compone di due parti: la separazione e, successivamente (dopo 3 anni), il divorzio. Entrambi possono essere consensuali o giudiziali. Nella separazione consensuale le parti, supportate dagli avvocati, stabiliscono di comune accordo tutti gli aspetti inerenti la separazione (economici, collocamento dei figli, ecc..), mentre in quella giudiziale, a causa di una discordanza tra le parti, vi è la necessità di una sentenza da parte del magistrato, il quale esaminando il caso specifico e avvalendosi di esperti, disporrà modi, tempi e situazioni in cui la separazione deve aver luogo.

Il CTU nella valutazione

Per poter dare delle disposizioni sui minori, il magistrato può avvalersi di un intervento di un esperto (psicologo, psichiatra o neuropsichiatra infantile), il quale assumendo la carica di Consulente Tecnico d’Ufficio provvederà ad una valutazione sul quadro psico-emotivo e relazionale relativa al nucleo familiare oggetto di relazione, nel rispetto della persona e soprattutto del minore.

Nel frattempo, anche le due parti si possono avvalere di un Consulente Tecnico di Parte, che supervisionerà e si accerterà che la valutazione venga condotta nella tutela delle parti e soprattutto del minore o dei minori coinvolti.

La valutazione della genitorialità

La valutazione della genitorialità è un’area di ricerca multidisciplinare che intende far riferimento ai contributi della psicologia clinica e dello sviluppo, della neuropsichiatria infantile, psicologia sociale o forense, per poter meglio integrare tutti gli aspetti coinvolti, le capacità e le funzioni genitoriali.

La valutazione delle capacità genitoriali può essere richiesta ad un Consulente Tecnico d’Ufficio sulla base del quesito di un Giudice, nei casi:

  • valutazione delle condizioni di rischio e di pregiudizio per la tutela del minore;
  • valutazione per una migliore decisione sulle condizioni di affidamento e di custodia dei minori in caso di separazione dei genitori.

E’ possibile rivolgersi allo Studio di Psicologia per richiedere informazioni o una presa in carico della valutazione della capacità genitoriale in ambito giuridico nei casi descritti.

Plagio, simulazione, sette


Prendendo spunto da una vicenda televisiva, potrebbe essere interessante fare alcune riflessioni. Si sono sentiti ripetere termini come plagio mentale, setta, controllo mentale, tutti collegati a tre donne apparse recentemente in televisione e a un personaggio di fantasia.

Possibile che si possa essere state vittime inconsapevoli di un plagio mentale e di una setta?

I partecipanti di una setta compiono atti rituali, dai più semplici a quelli più invasivi, con atti fisici e violenze

Sicuramente il recente caso televisivo riporta molte incongruenze, contraddizioni, momenti teatrali, colpi di scena e svolte vittimistiche che rendono la vicenda non credibile.

Tuttavia, il fondamento centrale delle sette si basa sulla persuasione psicologica, ovvero su una provocazione di reazioni comportamentali ed emotive, per indurre ulteriore dipendenza dalla setta, come gli stessi protagonisti riportano.

Nella storia esistono molte cronache di sette, una fra tutte la “famiglia Manson”, responsabile di omicidi, furti e crimini nella fine degli anni ’60 negli Stati Uniti. 
Il leader, Charles Manson, riuscì a raccogliere un elevato numero di adepti, inducendoli a compiere reati ed omicidi efferati. Il meccanismo persuasivo e basato sul terrore non si fermava all’interno della Famiglia Manson, ma proseguiva anche all’esterno: non solo effettuava furti, ma la setta entrava in casa delle vittime e spostava i mobili, solamente per turbare le persone.

Ad un altro livello, il fenomeno del gaslighting è definito come una forma di violenza psicologica nella quale vengono presentate alla vittima false informazioni o le viene negato che eventi siano mai accaduti o addirittura vi è la messa in scena di eventi bizzarri e insoliti. L’intento è quello di far dubitare la vittima della sua stessa memoria e percezione, disorientandolola e assoggettandola al proprio volere. Il termine gaslighting fa riferimento ad un’opera teatrale, la cui trama racconta di un marito che cerca di portare la moglie alla pazzia manipolando piccoli elementi dell’ambiente quotidiano, come ad esempio l’affievolimento delle luci a gas, cosa che la moglie accuratamente nota, ma che il marito insiste essere solo frutto dell’immaginazione di lei.

Ma che cos’è il plagio? Cosa sono le sette? 

I leaders delle sette, spesso abili oratori, imprimono nei seguaci la convinzione di possedere un talento o dono speciale

In realtà le sette, o relazioni settarie, non sono sempre collegate al Satanismo: esso è solo un piccolo granello in un universo che include culti e nuovi movimenti religiosi, comunità spirituali, newage, credenze ufologiche, politiche, orientali, magiche o qualsiasi cosa risulti essere più utile per il leader fondatore; in realtà sono relazioni in cui si vuole deliberatamente indurre un’altra persona a divenire totalmente dipendente su questioni importanti della vita, imprimendo nei seguaci la convinzione di possedere qualche talento, dono o conoscenza speciale, come affermava la psicologa Margaret Singer (1995).

Da qui si evince come il fenomeno sia effettivamente molto vario e vasto, divenuto molto prolifico specialmente negli ultimi decenni.

Non sarebbe difficile dunque trovare la “setta” o comunità fatta su misura per noi in questo panorama così esteso. Sono molte le spiegazioni formulate da psicologi e sociologi sul fenomeno, evidenziando che proprio la varietà di riti, credenze alternative e nuove spiritualità costituiscono una risposta ai diversi bisogni. Spesso le sette rappresentano un luogo nel quale le persone si sentono accolte, trovando un’alternativa ad eventuali carenze affettive: non bisogna pensare che esperienze del genere possano riguardare solo gli altri, nessuna delle vittime sapeva cosa avrebbe incontrato.

Alcuni studi tuttavia hanno rilevato delle caratteristiche peculiari degli aderenti alle sette: educazione familiare rigida, esperienze di abuso, bassa autostima e esperienze di delusione; tuttavia non esiste una persona tipo che può appartenervi, in quanto anche in momenti in cui si è più vulnerabili è possibile incappare in una setta, indipendentemente dall’età, gli interessi o lo stile di vita. La loro forza risiede nell’inganno, nell’illusione e nella segretezza, che all’occhio esterno appaiono come gruppi di crescita personale, sostegno religioso o formazione personale.

I leaders delle sette non possiedono conoscenze sulle tecniche di persuasione, per questo procedono per tentativi ed errori, modificando via via le tecniche ed affinando l’approccio. Spesso utilizzano tecniche come trance ed ipnosi per inculcare suggestioni, manipolazione emotiva e lo stravolgimento della storia personale, così da rafforzare l’idea che l’ingresso nella setta ha migliorato la vita del nuovo adepto.

Può essere difficile, ma è possibile uscirne, grazie anche ad un supporto professionale

Contemporaneamente a ciò, la setta può utilizzare delle tecniche di persuasione fisiologica, come movimenti ripetitivi, rituali, tecniche che conducono all’iperventilazione (con stimolazione di vertigini e senso leggero di stordimento), cambiamento della dieta, riposo inadeguato, azioni stressanti e manipolazioni del corpo (spesso dolorose) che producono effetti particolari che vengono interpretati dal leader come segnali “rivelatori” e raggiungimento della beatitudine.

È importante far presente che da tali situazioni è possibile uscirne e ristabilire un equilibrio personale. Nella maggior parte dei casi è necessario un supporto psicologico. In tutti i casi, l’informarsi e il richiedere aiuto, anche professionale, costituiscono sempre una valida arma contro il plagio e la persuasione.

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Dott.ssa Sara Verdini, Psicologa e Psicomotricista Funzionale a Firenze

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