Dr.ssa Sara Verdini

Psicologa, Consulente Tecnico e Psicomotricista Funzionale

Si apprende meglio quando si è felici?

L’inventore del parafulmini Benjamin Franklin, ma anche scrittore e politico del Settecento, osserva nell’aforisma un concetto fondamentale: l’esperienza e il coinvolgimento sono i fattori principali per apprendere e per fare nostra un’esperienza, sia praticamente che cognitivamente.

L’autore vede tre diversi gradi dell’insegnamento, ordinati secondo un’importanza crescente:

  • “dimmi e io dimentico”: è il metodo “scolastico” dell’insegnamento, dove i concetti sono riferiti ad altri affinchè siano imparati. Il rischio è quello di inglobare nozioni destinate ad essere presenti nella nostra mente per breve tempo per poi essere dimenticate;
  • “mostrami e io ricordo”: mostrare le cose, farle vedere, fornire un modello dato dallo stesso maestro incide sul discepolo, che grazie ad un apprendimento tramite un modello esperenziale, ricorderà il messaggio ricevuto. Gli esperimenti di Albert Bandura sull’apprendimento sociale ne sono un importante esempio;
  • “coinvolgimi e io imparo”: qui si pone l’accento sulla parte fondamentale dell’esperienza: il coinvolgimento. Ecco che dunque l’esperienza deve avere non solo un valore pratico, ma anche un valore emotivo.

Ogni esperienza ha una caratteristica emotiva: è ciò che ci permette di ricordare e porre in memoria eventi piacevoli o meno per poterle in futuro riprodurre o evitare.

Dare la possibilità di essere coinvolti, di percepire l’esperienza dando valore alla parte affettiva, permette di favorire un insegnamento e un apprendimento, molto più duraturi e significativi. Ecco perchè è importante “fare” insieme, utilizzando il gioco e situazioni piacevoli, anche in interventi psicologici, come l’intervento Psicomotorio e PsicoEducativo: situazioni ed esperienze piacevoli favoriscono l’apprendimento.

Perché si apprende di più quando si è felici

A proposito di esperienze piacevoli, recentemente un esperimento di un team internazionale di ricercatori ha confermato il ruolo nell’apprendimento della serotonina, l’ormone della felicità, che sembra far aumentare la velocità di apprendimento.

In particolare, l’esperimento è stato condotto su topi e ha rilevato che il tasso di apprendimento, ossia la velocità con cui i topi imparavano le nuove informazioni, è stato modulato dalla stimolazione di questa sostanza, la serotonina. La capacità di apprendere il modo per ottenere il premio proposto ai topi era infatti significativamente più veloce quando veniva stimolato il rilascio del neurotrasmettitore. Pertanto, secondo gli esperti, l’aumento della serotonina sarebbe in grado di accelerare l’apprendimento.

Si apprende meglio, quindi, quando si è felici!

La triade dell’insegnamento di Franklin ad oggi quindi acquista maggior valore e ovviamente non riguarda solo gli insegnanti, ma i diversi professionisti, gli educatori, i genitori e ognuno di noi nei contatti e confronti con gli altri. Ecco perchè quando vengono proposti degli insegnamenti o delle esperienze per il benessere della persona – come in Psicomotricità, è importante muoversi da ciò che attrae la persona, da ciò che la rende felice.

Si impara, si connette meglio e si immagazzina l’informazione in modo molto piò efficace quando siamo ben disposti, “felici”.

..Un motivo in più per essere felici!

Autismo: quali sono i primi segnali e come intervenire

L’autismo è un disturbo generalizzato dello sviluppo, di origine genetica e con una forte interazione ambientale. 

L’autismo non è una malattia: non è possibile “curare” l’Autismo, ma è possibile prendersene cura con interventi psico educativi strutturati e potenziati da altri interventi utili al bambino, come logopedia o psicomotricità, verso l’abilitazione e il miglioramento della qualità di vita sia del bambino o dell’adulto autistico, che della sua famiglia. 

 

Autismo infantile: esordio

Vi sono diverse modalità di insorgenza dell’Autismo e solitamente è possibile rilevarlo entro i primi 3 anni di vita.

In alcuni bambini si manifesta già a partire dal primo anno, in altri nel secondo anno con un rallentamento o un arresto dello sviluppo o con una brusca regressione, in altri ancora può avere un andamento “fluttuante”, ma in ogni caso l’esordio è sempre nei primi tre anni di vita.

L’Autismo è inoltre un quadro clinico che si posiziona all’interno di uno spettro, ovvero possiede un’ampia variabilità di sintomi e gravità, per cui diagnosi di Autismo possono essere confermate anche in età più avanzata, quando lo sviluppo del bambino evidenzia caratteristiche peculiari.

La diagnosi di Autismo si basa su aspetti fondamentali dello sviluppo, come l’interazione sociale, gli interessi, il linguaggio e il comportamento.

 

Quali sono i primi segnali di Autismo Infantile?

Già dal primo anno di vita possono esservi dei segnali: il bambino non aggancia lo sguardo, non sorride al volto della madre o del padre, non si volta se chiamato e non mostra reazioni tipiche di fronte ad estranei. Inoltre il bambino può non essere particolarmente attratto da giocattoli o può mostrare interessi particolari, come essere attratto dalla luce o da meccanismi e dal movimento di alcuni oggetti. 

Possono inoltre essere presenti dei disturbi del sonno, dell’alimentazione e una elevata recettorialità sensoriale: per esempio il bambino sembra non udire particolari suoni ma può mostrare reazioni esagerate ad altri. 

Nel secondo anno l’eventuale ritardo del linguaggio si fa più chiaro, oltre al fatto che il bambino tende ad isolarsi, a non ricercare né altri bambini né i genitori. Possono inoltre comparire attività ripetitive alle quali il bambino si dedica per molto tempo, oltre che movimenti ripetitivi come muovere le mani (“sfarfallio”), oppure camminare in punta di piedi. Possono inoltre comparire crisi di agitazione difficilmente contenibili, che necessitano di molto tempo per placarsi. 

Possono mancare altri aspetti fondamentali per la diagnosi di Autismo, come:

  • la mancanza del “far finta” nel gioco;
  • l’indicare sia per mostrare un oggetto di interesse, sia per rispondere, utilizzando il dito indice per indicare ad un’altra persona;
  • dirigere lo sguardo dove qualcun altro sta guardando.

Tutti questi segnali, a diversi livelli di gravità, possono tuttavia riguardare bambini con sviluppo normotipico: per questo è fondamentale rivolgersi in caso di dubbio a specialisti del settore, al fine di evitare degli errori che potrebbero avere delle importanti ricadute sulla vita del bambino e della sua famiglia.

 

Cosa fare se notiamo questi segnali nel bambino? Qual è l’iter diagnostico?

Solitamente è il pediatra che, come primo referente dei genitori, avrà cura di inviare la famiglia agli specialisti del settore, psicologi o neuropsichiatri, qualora vi sia un sospetto di Autismo. I genitori possono tuttavia rivolgersi su iniziativa personale a specialisti del settore.

La valutazione diagnostica prevede una anamesi, un esame obiettivo e neurologico, osservazioni cliniche e diagnosi differenziali, al fine di stabilire un progetto di trattamento e riabilitazione, mirato e specifico per il bambino. 

Risulta ovvio inoltre che prima si interviene meglio è: una diagnosi precoce permette un trattamento precoce e un migliore raggiungimento di obiettivi utili allo sviluppo del bambino stesso. 

E’ fondamentale inoltre il coinvolgimento dei genitori nel trattamento, per potenziare il trattamento stesso, per favorire l’indipendenza e l’autonomia del bambino nella quotidianità e per supportare al meglio la famiglia. 

 

Autismo: quali interventi?

Il nucleo centrale dell’Autismo persiste per tutta la vita, ma è possibile agire sulla capacità di adattamento e sulla qualità di vita della persona e della sua famiglia. Gli interventi si differenziano per le diverse fasce d’età dei bambini o degli adulti, con obiettivi finalizzati e mirati allo sviluppo della persona. 

Occorre inoltre mantenere una continuità nel trattamento e nella comunicazione dei diversi professionisti che si prendono cura del bambino e della sua famiglia.

Un adeguato intervento dovrebbe prevedere: 

  • formulare una corretta diagnosi precoce e fornire informazioni alla famiglia;
  • fornire un controllo e una valutazione nel tempo;
  • promuovere un intervento educativo;
  • fornire sostegno psicologico e pratico alla famiglia;
  • coordinare e favorire la comunicazione tra i diversi servizi impegnati nel trattamenti (pediatri, psicologi, educatori, insegnanti,…).

Gli interventi possibili sono di tipo psicoeducativo, strutturati e progressivi, organizzati e uniformi, possibilmente con una equipe multidisciplinare: neuropsichiatra infantile, psicologo, psicomotricista, logopedista, educatore e insegnante che lavorano “in rete”.

Il trattamento psicoeducativo comprende un trattamento di educazione speciale e trattamenti riabilitativi specifici (linguaggio, psicomotricità, gioco), che devono essere continuativi, per evitare eventuali aspetti negativi, come la regressione.

In ogni caso, occorre partire dal bambino e dare significato e senso al suo comportamento, mentre i genitori devono essere aiutati a recuperare fiducia nelle loro capacità e competenze genitoriali: agire costantemente e in progressione, tenendo conto della personalità, degli interessi e dei bisogni del bambino e della famiglia. 

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Tu sei ciò che ascolti

“Tu sei la musica che ascolti”: perché quando siamo tristi ascoltiamo musica triste?

Capita a tutti: in momenti un po’ giù di tono magari accendiamo la radio e al passaggio di una canzone triste, alziamo il volume e l’ascoltiamo con molta più attenzione rispetto a “Despacito” (per esempio..) passata in radio poco prima. Oppure cerchiamo proprio quella canzone o quei testi che sembrano essere in sintonia con il nostro umore basso.

Perché?

“Mi sento capito”

Possono esserci vari motivi, il primo tra tutti quello di essere e sentirci capiti: un testo o un cantante sembra proprio parlare a noi stessi, con le parole che magari vorremmo sentirci dire in quel momento.

“La canzone dice proprio come mi sento”

Sono proprio le parole e le modalità con cui vengono espresse che portano al secondo motivo: esprimono quello che sentiamo quando non lo sappiamo neanche noi! Raccontare una vicenda o esprimere un sentimento può non essere facile e può non essere facile anche identificare uno specifico mix di sentimenti: che nome posso dare a quello che sento?

Ed ecco che la canzone riesce a definire, esprimere in musica quello che io stesso non riesco ad identificare prima nel pensiero e poi nelle parole.

L'atmosfera che la canzone suscita può accordarsi con la nostra giornata grigia

L’atmosfera che la canzone suscita può accordarsi con la nostra “giornata grigia”

“Sono in empatia con l’atmosfera”

Motivo numero tre: non solo le parole, ma l’atmosfera che la canzone suscita può accordarsi con la nostra “giornata triste”. Ed ecco che entriamo in empatia con quella canzone, con quell’atmosfera un po’ “grigia”, calandoci ancora di più nell’umore che ha scatenato il tutto.

Sembra un circolo vizioso?

Sembra. In realtà “stare” dentro al proprio umore e al problema, sentirlo (e non solo con le orecchie!) porta a fermarsi e a riflettere: ecco il motivo numero quattro!

“Mi fermo, rifletto, elaboro”

Ascolto per fare una prima elaborazione del problema! Quando la musica (e l’umore) è felice, si cerca energia, si cerca l’azione, si è proiettati ad agire e non a pensare. Ascoltare una canzone più triste, invece, ci costringe a fermarci e a pensare. Ma pensando si elabora: stare dentro al problema, osservarlo, “sentirlo”, porta a pensare e a fare i primi passi per formulare una prima soluzione al problema.

Solitamente le persone che beneficiano maggiormente di questo processo sono proprio quelle persone attente ad ascoltarsi, a riflettere e a interrogarsi..ma non è mai tardi per cambiare la propria playlist!

Perché è difficile cambiare?

Problema: ti vengono date della candele, una scatola di fiammiferi e un pò di puntine. Come puoi appendere a una parete le candele accese?

Si può cambiare?

Ovviamente cambiare si può: talvolta è indispensabile, oltre che desiderato.. specialmente se facciamo esperienza di disagio e difficoltà quotidiane. Ma sappiamo che non è facile.

Non è facile anche perché, prendendo spunto da alcune teorie sull’intelligenza e sul pensiero, vi sono dei meccanismi di ragionamento che la nostra mente adotta per sopravvivenza o per minor spreco di energia mentale che operano come ostacoli di fronte al cambiamento.

Se non riesci a cambiare non è colpa tua…beh, quasi. 

Per esempio, di fronte ad un nuovo problema, il nostro pensiero produttivo ci permette di cogliere nuove proprietà degli elementi del problema, i quali vengono così pensati e utilizzati in nuovi ruoli, oppure in una prospettiva diversa. Si attua così una “ristrutturazione” del pensiero, comportando la trasformazione del punto di vista dal quale il problema è analizzato, la scoperta di nuovi rapporti, nuove attribuzioni. 

Ma ecco che interviene la “fissità funzionale”, ovvero la tendenza a impiegare gli elementi del problema secondo il loro uso comune, quando invece la soluzione prevede che tali elementi vengano impiegati in un ruolo insolito (hai già risolto l’enigma proposto inizialmente?).

Stessa cosa per la “meccanizzazione”, ovvero la tendenza a ripetere la stessa strategia già attuata con successo nel passato: magari la nuova situazione potrebbe essere risolvibile in altri modi, ma, per “economia” delle risorse, viene riproposta una vecchia strategia, anche se non più funzionale. 

Oppure, la tendenza a trasferire da un contesto all’altro la stessa impostazione, senza cogliere la diversità di struttura che esiste tra due contesti (“atteggiamento latente”): una persona con un proprio modo di rispondere a una certa tipologia di problemi tende a rispondere a un diverso genere di problemi con la stessa modalità, anche se non è adeguata. 

Come si può “cambiare”?

Cambiare si può, anche se non è facile. E solamente conoscere alcuni dei meccanismi di pensiero qui citati, si può cambiare più consapevolmente!

O meglio, conoscere ed essere consapevoli di quanto avviene nella nostra mente (a livello inferiore), ci rende più abili ad oltrepassare questi ostacoli. Possiamo operare una “metacognizione”, ovvero usare l’insieme delle riflessioni che l’individuo è in grado di compiere circa il funzionamento della mente, propria e altrui, ma anche far riferimento all’interpretazione da lui fornita rispetto al compito che svolge, agli aspetti che ritiene importanti , agli obiettivi e alle strategie che si prefigge, ecc… 

Essere coscienti delle proprie capacità, abitudini o preferenze, del senso di insicurezza o di padronanza che certe situazioni ci provocano, così come le emozioni e le motivazioni siano collegate al problema, anche grazie all aiuto di un professionista, permette di essere maggiormente competenti metacognitivamente nel ragionamento e nella quotidianità.. per agire diversamente, cambiando.


Ci avevi pensato?

Soluzione dell’enigma: è possibile usare la scatola dei fiammiferi come supporto inchiodandola al muro e fissarci sopra le candele, facendo colare la loro stessa cera sulla scatola. La scatola viene solitamente pensata nella sua solita funzione e non come supporto o mensola, come in questo caso. 

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Separazione e divorzio della coppia genitoriale: l’affido condiviso

La normativa sull’affido, con la legge introdotta nel 2006 sull’affido condiviso (legge 54, 8 febbraio 2006), ha visto un cambiamento di direzione rispetto agli anni precedenti, proponendo l’affido esclusivo come eccezionale, a favore di un affido congiunto e condiviso tra i due genitori.

Ciò ha cercato di dare sia ad entrambi i genitori sia al minore stesso la possibilità di “vivere” metà del tempo con il familiare, ma ha provocato serie difficoltà riguardanti il collocamento stesso del minore, oltre che controversie riguardanti aspetti pratico-economici come l’assegnazione della casa coniugale nonché la regolamentazione delle visite, con il rischio di una vera e propria scissione nel bambino, che passa dall’abitazione della mamma a quella del papà in una oscillazione continua.

In tale scenario, “l’attuale normativa mette a disposizione della magistratura strumenti capaci di apportare profondi cambiamenti nella vita del minore, tanto che risulta doveroso auspicare che vengano utilizzati con cautela e ponderatezza, nella consapevolezza del rischio di creare una situazione in cui il figlio si trovi in drammatico conflitto tra le attese e le pressioni dell’uno e dell’altro genitore e il suo desiderio, peraltro legittimo, di non deludere nessuno.” (D.Pajardi, I. Marinelli in Pezzuolo, Ciappi, “Psicologia Giuridica – la teorie, le tecniche, la valutazione”. Hogrefe ed., 2014)

L’iter processuale nella separazione e divorzio

In Italia, il processo di interruzione degli effetti civili di un matrimonio si compone di due parti: la separazione e, successivamente (dopo 3 anni), il divorzio. Entrambi possono essere consensuali o giudiziali. Nella separazione consensuale le parti, supportate dagli avvocati, stabiliscono di comune accordo tutti gli aspetti inerenti la separazione (economici, collocamento dei figli, ecc..), mentre in quella giudiziale, a causa di una discordanza tra le parti, vi è la necessità di una sentenza da parte del magistrato, il quale esaminando il caso specifico e avvalendosi di esperti, disporrà modi, tempi e situazioni in cui la separazione deve aver luogo.

Il CTU nella valutazione

Per poter dare delle disposizioni sui minori, il magistrato può avvalersi di un intervento di un esperto (psicologo, psichiatra o neuropsichiatra infantile), il quale assumendo la carica di Consulente Tecnico d’Ufficio provvederà ad una valutazione sul quadro psico-emotivo e relazionale relativa al nucleo familiare oggetto di relazione, nel rispetto della persona e soprattutto del minore.

Nel frattempo, anche le due parti si possono avvalere di un Consulente Tecnico di Parte, che supervisionerà e si accerterà che la valutazione venga condotta nella tutela delle parti e soprattutto del minore o dei minori coinvolti.

La valutazione della genitorialità

La valutazione della genitorialità è un’area di ricerca multidisciplinare che intende far riferimento ai contributi della psicologia clinica e dello sviluppo, della neuropsichiatria infantile, psicologia sociale o forense, per poter meglio integrare tutti gli aspetti coinvolti, le capacità e le funzioni genitoriali.

La valutazione delle capacità genitoriali può essere richiesta ad un Consulente Tecnico d’Ufficio sulla base del quesito di un Giudice, nei casi:

  • valutazione delle condizioni di rischio e di pregiudizio per la tutela del minore;
  • valutazione per una migliore decisione sulle condizioni di affidamento e di custodia dei minori in caso di separazione dei genitori.

E’ possibile rivolgersi allo Studio di Psicologia per richiedere informazioni o una presa in carico della valutazione della capacità genitoriale in ambito giuridico nei casi descritti.

Plagio, simulazione, sette


Prendendo spunto da una vicenda televisiva, potrebbe essere interessante fare alcune riflessioni. Si sono sentiti ripetere termini come plagio mentale, setta, controllo mentale, tutti collegati a tre donne apparse recentemente in televisione e a un personaggio di fantasia.

Possibile che si possa essere state vittime inconsapevoli di un plagio mentale e di una setta?

I partecipanti di una setta compiono atti rituali, dai più semplici a quelli più invasivi, con atti fisici e violenze

Sicuramente il recente caso televisivo riporta molte incongruenze, contraddizioni, momenti teatrali, colpi di scena e svolte vittimistiche che rendono la vicenda non credibile.

Tuttavia, il fondamento centrale delle sette si basa sulla persuasione psicologica, ovvero su una provocazione di reazioni comportamentali ed emotive, per indurre ulteriore dipendenza dalla setta, come gli stessi protagonisti riportano.

Nella storia esistono molte cronache di sette, una fra tutte la “famiglia Manson”, responsabile di omicidi, furti e crimini nella fine degli anni ’60 negli Stati Uniti. 
Il leader, Charles Manson, riuscì a raccogliere un elevato numero di adepti, inducendoli a compiere reati ed omicidi efferati. Il meccanismo persuasivo e basato sul terrore non si fermava all’interno della Famiglia Manson, ma proseguiva anche all’esterno: non solo effettuava furti, ma la setta entrava in casa delle vittime e spostava i mobili, solamente per turbare le persone.

Ad un altro livello, il fenomeno del gaslighting è definito come una forma di violenza psicologica nella quale vengono presentate alla vittima false informazioni o le viene negato che eventi siano mai accaduti o addirittura vi è la messa in scena di eventi bizzarri e insoliti. L’intento è quello di far dubitare la vittima della sua stessa memoria e percezione, disorientandolola e assoggettandola al proprio volere. Il termine gaslighting fa riferimento ad un’opera teatrale, la cui trama racconta di un marito che cerca di portare la moglie alla pazzia manipolando piccoli elementi dell’ambiente quotidiano, come ad esempio l’affievolimento delle luci a gas, cosa che la moglie accuratamente nota, ma che il marito insiste essere solo frutto dell’immaginazione di lei.

Ma che cos’è il plagio? Cosa sono le sette? 

I leaders delle sette, spesso abili oratori, imprimono nei seguaci la convinzione di possedere un talento o dono speciale

In realtà le sette, o relazioni settarie, non sono sempre collegate al Satanismo: esso è solo un piccolo granello in un universo che include culti e nuovi movimenti religiosi, comunità spirituali, newage, credenze ufologiche, politiche, orientali, magiche o qualsiasi cosa risulti essere più utile per il leader fondatore; in realtà sono relazioni in cui si vuole deliberatamente indurre un’altra persona a divenire totalmente dipendente su questioni importanti della vita, imprimendo nei seguaci la convinzione di possedere qualche talento, dono o conoscenza speciale, come affermava la psicologa Margaret Singer (1995).

Da qui si evince come il fenomeno sia effettivamente molto vario e vasto, divenuto molto prolifico specialmente negli ultimi decenni.

Non sarebbe difficile dunque trovare la “setta” o comunità fatta su misura per noi in questo panorama così esteso. Sono molte le spiegazioni formulate da psicologi e sociologi sul fenomeno, evidenziando che proprio la varietà di riti, credenze alternative e nuove spiritualità costituiscono una risposta ai diversi bisogni. Spesso le sette rappresentano un luogo nel quale le persone si sentono accolte, trovando un’alternativa ad eventuali carenze affettive: non bisogna pensare che esperienze del genere possano riguardare solo gli altri, nessuna delle vittime sapeva cosa avrebbe incontrato.

Alcuni studi tuttavia hanno rilevato delle caratteristiche peculiari degli aderenti alle sette: educazione familiare rigida, esperienze di abuso, bassa autostima e esperienze di delusione; tuttavia non esiste una persona tipo che può appartenervi, in quanto anche in momenti in cui si è più vulnerabili è possibile incappare in una setta, indipendentemente dall’età, gli interessi o lo stile di vita. La loro forza risiede nell’inganno, nell’illusione e nella segretezza, che all’occhio esterno appaiono come gruppi di crescita personale, sostegno religioso o formazione personale.

I leaders delle sette non possiedono conoscenze sulle tecniche di persuasione, per questo procedono per tentativi ed errori, modificando via via le tecniche ed affinando l’approccio. Spesso utilizzano tecniche come trance ed ipnosi per inculcare suggestioni, manipolazione emotiva e lo stravolgimento della storia personale, così da rafforzare l’idea che l’ingresso nella setta ha migliorato la vita del nuovo adepto.

Può essere difficile, ma è possibile uscirne, grazie anche ad un supporto professionale

Contemporaneamente a ciò, la setta può utilizzare delle tecniche di persuasione fisiologica, come movimenti ripetitivi, rituali, tecniche che conducono all’iperventilazione (con stimolazione di vertigini e senso leggero di stordimento), cambiamento della dieta, riposo inadeguato, azioni stressanti e manipolazioni del corpo (spesso dolorose) che producono effetti particolari che vengono interpretati dal leader come segnali “rivelatori” e raggiungimento della beatitudine.

È importante far presente che da tali situazioni è possibile uscirne e ristabilire un equilibrio personale. Nella maggior parte dei casi è necessario un supporto psicologico. In tutti i casi, l’informarsi e il richiedere aiuto, anche professionale, costituiscono sempre una valida arma contro il plagio e la persuasione.

Il caso Phineas Gage



Cambiare personalità è possibile?

Sì, secondo quanto successo nel 1848 a Phineas Gage.

Immaginate di essere un operaio negli Stati Uniti, addetto alla costruzione di ferrovie nel pieno sviluppo del 1850 circa. Immaginate che, durante una giornata di lavoro nel settembre 1848, il vostro supervisore vi chieda di liberare la linea ferroviaria in espansione da rocce e massi. Immaginate quindi di procurarvi la necessaria polvere da sparo, prendere il ferro di pigiatura e di inserire una carica esplosiva nella roccia, pronti per l’esplosione.

L’incidente

Immaginate di ritrovarvi all’improvviso al centro di un capannello di persone, tutte accorse dopo la brutta esplosione “capitata al tizio che doveva liberare il passaggio della ferrovia”, che con occhi sbarrati, si chiedono come mai sia possibile che quel tizio possa parlare, con quell’asta metallica che gli trapassa il cranio. Il ferro di pigiatura, infatti, una lunga asta di metallo, trapassò il cranio di Phineas Gage, distruggendo gran parte del lobo frontale sinistro  del cervello; Phineas già dopo pochi minuti dall’incidente era di nuovo cosciente e in grado di parlare e già dopo tre settimane fu in grado di alzarsi e uscire di casa in modo del tutto autonomo.

Il danno

Le aree del lobo frontale essenziali al movimento e alle funzioni del linguaggio non si danneggiarono, lasciando Phineas in grado di muoversi, parlare e comprendere il linguaggio correttamente. Il danno più significativo nella regione ventromediale è invece il responsabile della maggior parte dei cambiamenti della personalità di Phineas, dando il via a studi sempre più mirati alla localizzazione di funzioni nel cervello.

Phineas Gage morì 12 anni dopo, ma il suo nome rimane tra i casi di studio più famosi in neurologia (“American Crowbar Case”), non tanto per la sua sopravvivenza al danno cerebrale, ma per aver subìto radicali trasformazioni nella sua personalità: familiari ed amici stentavano a riconoscere quel ragazzo divenuto “intrattabile”, emozionalmente instabile, incline alla blasfemia, privo di freni inibitori, incapace di fare previsioni e diventato ormai asociale.

Certo, probabilmente nessuno nelle sue condizioni, con un danno provocato da un incidente sul lavoro, ne sarebbe felice…ma questo non potrebbe spiegare un cambiamento di personalità così forte come quello sperimentato da Phineas. Ciononostante, gli studi su Phineas hanno consentito di approfondire la comprensione scientifica delle funzioni cerebrali e della loro localizzazione nel cervello, soprattutto per le emozioni e la personalità (si presume che da riflessioni teoriche sul caso di Phineas sia stato dato l’avvio a metodi come la lobotomia). Tramite modelli ricostruiti con le nuove tecnologie, è stato possibile ipotizzare che il cambio di personalità di Phineas possa essere riconducibile al danneggiamento di una porzione pari al 10% della materia grigia che permette di ragionare e ricordare.

Chissà perché, ma oggi ci ragionerò un po’ su.

Percorsi di rilassamento

Le tecniche di rilassamento possono essere apprese e impiegate per favorire un maggior stato di benessere, come conseguenza della riduzione delle tensioni sia di origine somatica che psicologica.

Il miglior momento per rilassarsi è quando non abbiamo neanche un momento per farlo. (S.J.Harris)


Molto spesso infatti avvertiamo delle risposte psico-fisiologiche, talvolta poco riconoscibili, che costituiscono la conseguenza di alti livelli di tensione o di un elevato stato di disagio, interferendo nelle prestazioni del nostro comportamento motorio e\o cognitivo. I muscoli in tensione, anche se non stanno producendo alcun movimento, sono attivi e quindi stanno lavorando: la tensione mantenuta a lungo può causare strani dolori, mal di testa, rigidità del collo.. e rabbia, protratti impegni di lavoro, oltre che preoccupazioni croniche possono contribuire ad aumentarne la sintomatologia.


Il rilassamento può facilitare l’apprendimento di una sensazione soggettiva nuova, spesso piacevole, di rilassamento dei muscoli e del corpo: consente di lasciar andar via ogni tensione dal corpo e dalla mente, promuove un miglior riconoscimento delle reazioni muscolari in condizioni di stress emozionale favorendo una riduzione dello stato di ansia e l’aumento del proprio benessere mentale e fisico (Jacobson, 1938).


Il ciclo di sei incontri permetterà di sperimentare la percezione e la consapevolezza del proprio corpo, il controllo e la gestione della respirazione per riconoscere le tensioni e l’applicazione di diverse tecniche di rilassamento utili al proprio benessere mentale e fisico.


Ciclo di 6 incontri a cadenza settimanale, rivolto ad adulti.


Gli incontri si terranno presso la sede CePsiT – via F.Crispi 11, Firenze


Per informazioni e prenotazioni:

Tel: 340 3695105

Mail: studiodipsicologiainfo@gmail.com

Percorso per imparare a rilassarsi e ritrovare il benessere psicofisico. Ciclo di 6 incontri, rivolto ad adulti.  Prossima partenza venerdì 1 febbraio.

Oltre ogni ragionevole dubbio

La simulazione negli ambiti civile e penale

Nell’ormai tanto celebre quanto sfruttato in spiegazioni su fenomeni percettivi, il Triangolo di Kanitzsa (1955) si mostra in tutte le sue contraddizioni, a partire dal suo nome. Sebbene il titolo dell’opera suggerisca la presenza di un triangolo, questi non esiste nel mondo fisico: viene percepito, ma in realtà non c’è, il triangolo non è reale, è una menzogna. Anzi, è un tentativo di simulare un qualcosa che riporta all’esperienza, ma la concezione che si basa su ”esse est percipi ”, ovvero che le cose esistono solo in quanto sono percepite dall’essere umano, rimanda a conseguenze nefaste nel campo scientifico.

Il triangolo di Kanizsa, illusione ottica descritta per la prima volta dallo psicologo italiano Gaetano Kanizsa

Ogni cosa fa presupporre l’esistenza di un triangolo, già il nome stesso con cui l’autore ha sapientemente insinuato un pregiudizio in noi, ma a un esame poco più attento, le prime sicurezze svaniscono e il tutto si mostra come mero tentativo simulatorio. Così quindi come il “non” Triangolo di Kanitzsa, la pratica clinica (e non) porta i professionisti psicologi a prestare sempre più attenzione a fenomeni che si palesano in un modo ma che si rivelano in tutt’altro, come nel campo giuridico e forense in cui tentativi di simulazione di malattia mentale si possono riscontrare negli ambiti sia civile (medico-legali, consulenze tecniche, ecc.) sia penale (false denunce, simulazione in carcere, ecc.). 

In parallelo alla valutazione dell’imputabilità troviamo la possibilità che una malattia mentale sia simulata o che vi sia un’esagerazione di sintomi così come una dissimulazione negli individui sottoposti a perizie e consulenze tecniche, dove tuttavia tale comportamento si colloca in stretto rapporto con altre patologie. Nell’analisi della presenza della simulazione in ambito forense, la prima difficoltà incontrata deriva dal fatto che non risulta possibile dedurre risultati validi ed univoci, in quanto la maggior parte delle ricerche non riguarda il contesto italiano e in ogni caso, le ricerche svolte non hanno avuto gli stessi parametri d’indagine e spesso presentano alla base differenze normative e di prassi che non permettono il delinearsi di una linea omogenea tra loro. Alcune stime della presenza della simulazione nelle valutazioni peritali, infatti, riportano percentuali incluse tra il 13% e il 21% (Rogers, 2008; Pezzuolo & Ciappi, 2014), ma sono tuttavia dati da considerare con le dovute limitazioni già espresse. 

In passato l’attribuzione di simulazione di malattia è stata fatta nei riguardi dei pazienti i cui sintomi non corrispondevano a categorie nosologiche, in altre parole quando i sintomi di un individuo non delineavano nessuna malattia conosciuta; tuttavia ciò che oggi viene considerato patologico in psicologia e in psichiatria è continua evoluzione. Ciò che però riguarda l’ambito forense, la simulazione acquista notevole importanza nel momento in cui il professionista si trova a redigere consulenze tecniche riguardanti per esempio la valutazione per l’affido, la valutazione della genitorialità, la valutazione del danno, delle conseguenze del mobbing, oltre che temi di natura penale come false denunce, fino alla valutazione dell’imputabilità. 

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Dott.ssa Sara Verdini, Psicologa e Psicomotricista Funzionale a Firenze

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